Libriamoci-Mostra Internazionale di Illustrazione 2008Personale di Mauro EvangelistaTesto introduttivo dal catalogo di Walter FochesatoDa dove iniziare? Forse da un lontano albo pubblicato dalle edizioni Arka che, a partire dalla metà degli anni ’80, portavano nel nostro paese i libri della Bohem Press, ed era per quei tempi una novità non da poco. D’altro canto in Mauro era allora viva la lezione di un grande maestro dell’illustrazione internazionale come Stepan Zavrel. Anche se, a differenza di tanti altri autori che da Zavrel sono partiti senza poi compiere lunghi e personali viaggi, Evangelista aveva saputo già cogliere dell’artista praghese il senso più vero e profondo del suo operare. Quella delicata eppur vivida magia, quelle atmosfere fiabesche che così bene sapevano parlare ai cuori e alle menti dei piccoli lettori. Poi, come sovente è accaduto e accade nel piccolo mondo dell’editoria italiana, di Mauro sembravano essersi perse le tracce. Nel frattempo c’eravamo fuggevolmente conosciuti a Macerata in occasione di una bella rassegna dedicata alle Edizioni C’era una volta… di Alfredo Stoppa. E fu con piacere ed emozionata sorpresa che l’anno seguente arrivò alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, allo stand di Andersen, per mostrarmi alcuni libri e certi suoi progetti inediti che aveva realizzato o stava portando in porto per conto di editori stranieri. Da Grimm Press con cui esordì nel 1994, a diverse prestigiose sigle inglesi. Tali collaborazioni continuano ancor oggi, né ciò può stupire. Anche perché fra tutti gli illustratori del nostro (ex) Bel Paese, Evangelista è senza alcun dubbio quello più vicino alla grande tradizione inglese che, alla fine del secolo, parte da artisti quali: Randolph Caldecott, Walter Crane, Kate Greenaway per proseguire, poco dopo, con Arthur Rackham, Heath Robinson, Beatrix Potter, fino a giungere a Ernest Sheppard che nel 1926 “decora” il celebre Vinnie-the-Pooh di Milne. D’altro canto lo stile di Evangelista connotato da una “naturale” delicatezza tonale ben si accorda con la tradizione anglosassone dell’”età dell’oro”. Né paia azzardato, dato che mi sono involontariamente riferito ad un famoso e bellissimo libro di Kenneth Grahame, fare il nome dello statunitense Maxfield Parrish (1870-1966). Trovo in comune, con i volumi più maturi di Mauro, la straordinaria intensità tattile e la finezza del modellato. Così come un’attitudine al lieto e al luminoso che muta, quand’occorre, in una misura onirico-visionaria, non priva di inquietudini e tensioni. Penso, in particolare, a Lettera a un figlio di Rudyard Kipling, pubblicato da Fabbri, come libro strenna, sul finire del 2007. Il breve testo di Kipling non è certo fra i più noti nella vasta produzione del padre di Mowgli e Kim. Qui si vale della bella e intensa traduzione di Beatrice Masini. Una versione che, per il fervore e l’attenzione che l’autrice vi ha posto, ambisce a renderne quanto mai vivo e attuale il messaggio. Ecco allora gli inviti al coraggio e alla riflessione, ma anche alla dignità, alla pazienza, alla costanza, alla coerenza, all’essere se stessi, al non piegarsi di fronte alle avversità e ai conformismi. Virtù oggi assai poco diffuse in questa Italia dove prosperano veline e tronisti, arroganza e ignoranza. Comunque l’impresa era assai ardua ed Evangelista era chiamato a confrontarsi con un testo intenso e complesso che andava completamente e liberamente riletto e reinterpretato. Ed ecco composizioni ora lievi e leggere ora forti e decise ma animate tutte, da una risoluta volontà di sedurre, ammaliare. Tessendo, nel contempo, una fitta serie di fili con il testo. Ora alludendo, ora ricorrendo a metafore ardite, ora svelando; ma sempre all’insegna di un operare elegante e squisito che le grandi dimensioni del volume non fanno altro che esaltare e rendere ancor più grato. Colori caldi, ombre morbide, tratti avvolgenti, ripetuti e colti riferimenti pittorici, malie e ironie appena accennate, pause e fughe, soprassalti e silenzi. Un’opera intensa e corale, preziosa nel dar conto di sensazioni ed atmosfere. Dato che ho parlato di un suo recentissimo lavoro sarà intanto necessario aggiungere che, negli ultimi anni, Evangelista è stato infine scoperto anche dalle case editrici italiane, da Giunti a La Coccinella e ancor più da Gallucci a Fabbri. Senza dimenticare le pagine per l’inserto domenicale de la Repubblica: tavole natalizie di grande raffinatezza. Con tutto uno scintillio di ori e decori che, così come per la copertina del n. 232 di Andersen, si rifacevano alle grazie del gotico curtense o alle eleganze di un Gentile da Fabriano. Dopo tutto Foligno, con gli affreschi di Palazzo Trinci, è ad un tiro di schioppo da Macerata. Ma quel che conta sono le salde e ramificate radici figurative di Evangelista, la sua cultura artistica. Quasi a ribadire la consapevolezza che l’illustratore è, oggi più che mai, l’erede diretto e legittimo di secoli di decorazioni e cicli pittorici, sparsi fra castelli e pievi, cattedrali e ville, palazzi nobiliari e sperduti oratori. Perché il suo compito, primario, è quello di narrare, di raccontare, di interpretare un testo. Riserbando “il suo compito a colmare i silenzi, le lacune, le reticenze della parte letteraria”, come scriveva nel 1948 un grandissimo illustratore come Gustavino. Sempre con Fabbri vi è poi In viaggio con Wolfgang. La storia di Mozart bambino. Chiara Carminati, brava autrice dei testi, ha scelto, con indubbia felicità, un’originale soluzione narrativa. Il giovanissimo compositore viene accompagnato, nel corso dei suoi viaggi, da una sorta di amico immaginario o ancor meglio di benevolente spirito protettore che, tavola dopo tavola, compare ora in tutta la sua aerea leggiadria ora come un’ombra lieve e discreta. “Ormai mi conoscete, ormai l’avete capito: io porto sulle ali lo spirito nascente dei suoni musicali. Sfioro le orecchie dei bambini con un tocco soffice, il bacio della musica, che resterà per sempre con loro”. Un volatile che la Carminati ha chiamato Papageno, dall’uccellatore vestito di piume e con la gran gabbia sulle spalle, scambiato lui stesso per un uccello. Il Papageno de Il flauto magico, creatura leggiadra e primitiva che vive nella tonalità spensierata del sol maggiore. Uno spirito vitale, rappresentazione fedele del versante anarchico e irriverente, ludico e autoironico dello straordinario musicista austriaco. Il concerto per penne e pennini di Chiara e Mauro ci racconta di una vita errabonda in viaggio continuo e faticoso fra corti e città dell’Europa con l’amore per il gioco e lo scherzo anche impertinente del piccolo Wolfgang ma, al contempo, l’impossibilità di dar vita a stabili amicizie sballottato qua e là per le scomode strade dell’epoca. Le illustrazioni posseggono, da tal punto di vista, una loro sensibilissima misura, una vitale e incalzante puntualità, una capacità di ricostruire un mondo per sapidi e sapienti tocchi che è certo frutto di accurata documentazione ma anche, e forse soprattutto, di grazia inventiva, di accorata adesione, di innata musicalità. E a proposito di suoni e melodie vorrei soffermarmi ancora su due albi realizzati per Carlo Gallucci. Il primo, in ordine di tempo é Volta la carta, che riprende il testo di una celebre canzone di Fabrizio De Andre’ e Massimo Bubola. De Andre’, come ben sappiamo, amava lavorare anche con i materiali della cultura popolare. Qui, prendendo a felice pretesto la struttura di una antica filastrocca, riesce a donarle con straordinaria freschezza un ritmo narrativo stringente, con un andamento da balletto lieve e arguto. Gira la carta, conosciuta a Genova in varie versioni, con il nome di Capitan de gambe lunghe, è forse, come osservava Beatrice Solinas Donghi, una sorta di “emblematico e stringatissimo catalogo del mondo, colto nelle sue componenti essenziali”. Si potrebbe pensare ad un libro illustrato o, ancor meglio, ad un mazzo di carte, girandolo compaiono via via tutte le situazioni”. E’ questa la strada che ha scelto Mauro facendo ricorso ad un segno ancor più lieve del solito che quasi “scivola” discreto sulla carta, con morbida e incantevole perizia. Vi è quasi un’aria, appena pungente, che ammicca al Déco (“pilota biondo, camicie di seta, cappello di volpe, sorriso da atleta”). Nel fitto e veloce tratteggio, nella trama ariosa delle tavole si stabilisce un incontro perfetto fra testo e figure, queste ultime anzi, vanno oltre, ricorrendo alle arcane e allusive figure dei tarocchi o implicitamente citano Carroll: “A chi credete di far paura?” disse Alice (a questo punto aveva riacquistato le sue dimensioni normali). “Non siete che un mazzo di carte!” Ma la leggerezza dei versi e delle figure non eludono la tristezza malinconica e rancorosa di Madama Doré, né tantomeno evitano il riferimento alla guerra con i suoi diavoletti beffardi, snodati e ammiccanti o con le figure dei due tronfi e crudeli militari che paiono opportunamente presi di peso da qualche foto di falangisti spagnoli al servizio di Francisco Franco. Ecco quindi Ma che aspettate a batterci le mani?. Si tratta del ben noto e bellissimo motivo di Dario Fo e Fiorenzo Carpi. La conosco a memoria. Se poi mi chiedete il perché non saprei dirlo, forse la cantavo ai miei figli, forse a scuola l’avrò usata in qualche occasione. Parto dal titolo giacché mi sembra perfetto per rammentare che, giusto pochi mesi or sono a Mauro è stato assegnato un ambito e prestigioso riconoscimento: il Premio Andersen. Il Mondo dell’Infanzia, come miglior illustratore dell’anno. Torno subito al volume per lodare il tratto spigliato e incalzante, quasi nervoso, tutto teso a mettere in luce le ironie o anche i lieviti comici del testo. Dove vibra e si impone una netta e lieta propensione alla messa in scena, al teatro. Ma è un teatro povero dove il massimo dello scialo è dato dalle “trenta lune di cartone/ con dentro le lanterne di carburo/ da far sembrar la luna un solleone”; un teatro popolare e girovago fra aie e piazze di paese, fra sagre e feste patronali. Un teatro fatto di arguzie e di mestiere, di piccole sorprese e, non di rado, pance che brontolano per la fame, D’altro canto fame e teatro sono le due grandi costanti che dominano la scena de Le avventure di Pinocchio e forse nascosto sul carrozzone o dietro al sipario c’è proprio il burattino collodiano pronto a balzar fuori magari per rubare il cappello del comando a “Napoleon francese”, quello che “piange ancora e si dispera/ da quel che dì che, verso sera,/ ce ne andammo senza recitar”. Impagabile è la figuretta dell’Imperatore che beato assiste alla rappresentazione, sotto lo sguardo vigile e stizzito, di una mamma altezzosa o che fugge dall’Elba o si arrabbia per il mancato spettacolo. E, spettacolo nello spettacolo, ci sono da gustare tutto il brio e la freschezza del pennino di Evangelista, tutta la sua capacità di frenetica e continua eppur ponderata invenzione.
|